RegeniLeaks, per smascherare le menzogne del regime di al Sisi

RegeniLeaks, per smascherare le menzogne del regime di al Sisi

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RegeniLeaks, per smascherare le menzogne del regime di al Sisi
Uno dei graffiti opera di artisti egiziani che raffigurano Giulio Regeni
La morte di Giulio Regeni non è accettabile. Non lo è per il modo in cui si è consumata. Non lo è per la violenza incontrastata del governo egiziano, per le menzogne e per i goffi tentativi di depistaggio. Ma ora che la morte del ricercatore italiano ha alzato il velo sul dittatore al Sisi, sarebbe perfino riduttivo limitarsi a chiedere la verità per Giulio scordando le tante altre vittime del regime del Cairo. Anche qualora fossero consegnati gli assassini di Regeni, cosa a questo punto alquanto improbabile, sarebbe ingiusto fermarsi, tornando a fare finta di non vedere quello che oggi è davanti agli occhi del mondo intero. Chiedere giustizia per tutti i Regeni d’Egitto appare il modo più civile e umano per rendere omaggio alla memoria del giovane ricercatore italiano. Il rispetto dei diritti umani non è negoziabile, neanche nei confronti di un Paese che ha con l’Italia rapporti economici e politici di evidente rilevanza strategica.

Per questo motivo, l’Espresso ha creato ELeaks, una piattaforma protetta per raccogliere denunce, documenti, foto, video, testimonianze di quanti hanno subito torture o sono a conoscenza dei soprusi del regime di al Sisi. Una violazione dei diritti umani denunciata anche dal Parlamento europeo di Strasburgo il 10 marzo 2016. La piattaforma, che utilizza il software Globaleaks , è in grado di garantire l’anonimato e la sicurezza delle fonti.

MENZOGNE E VERITA’

Nonostante le pressioni del governo italiano e della comunità internazionale, sulla morte di Regeni non c’è ancora una verità. Ma ci sono tante certezze. Giulio era un ricercatore italiano dell’Università di Cambridge. Nato a Trieste il 15 gennaio 1988, era cresciuto a Fiumicello, in provincia di Udine. In Egitto si era trasferito per svolgere una ricerca sui sindacati indipendenti presso l’Università Americana del Cairo. Non aveva commesso reati. Non solo: ad oggi non risulta che avesse fatto niente di neanche vagamente censurabile in qualsiasi paese democratico. Eppure, nell’Egitto di al Sisi, non è stato sufficiente.

Le altre certezze sono una delle tante pagine scritte con il sangue dal regime egiziano. Il 25 gennaio 2016, quinto anniversario delle proteste di piazza Tahrir, luogo simbolo della Primavera araba, Giulio era uscito di casa per incontrare alcune persone in piazza Tahrir. Insieme dovevano festeggiare il compleanno di un amico. Non è mai arrivato. Il suo corpo è stato ritrovato il 3 febbraio 2016, abbandonato sul ciglio dell’autostrada che dal Cairo porta ad Alessandria. E’ stato rapito e torturato per giorni da professionisti, come ha rivelato l’autopsia condotta in Italia.

DELITTO DI STATO

Quando il corpo di Giulio è stato fatto ritrovare, polizia e apparati di sicurezza di al Sisi hanno provato in tutti i modi a coprire quello che fin dall’inizio è apparso come un delitto di Stato. Uno dei tanti che si consumano quotidianamente nei confronti degli oppositori al regime, ma anche di gente comune che il destino fa incrociare con la polizia e gli uomini dei servizi segreti. Le versioni ufficiali si sono susseguite, fantasiose quanto improbabili, senza uno straccio di prova: incidente stradale, delitto passionale, resa dei conti maturata in ambienti criminali, spionaggio, delitto politico orchestrato per minare i rapporti tra Italia e Egitto. Nessuna ha trovato un pur minimo riscontro. E quando il regime ha capito che doveva offrire un capro espiatorio, ha messo in piedi la più criminale delle messe in scena.

IL DEPISTAGGIO

Il 24 marzo 2016 la polizia egiziana annuncia di aver ucciso in un conflitto a fuoco cinque uomini. Per il Ministero dell’Interno egiziano si tratta di una banda criminale specializzata nei rapimenti di cittadini stranieri al fine di estorcere denaro. La versione ufficiale del Cairo indica nei cinque i responsabili del sequestro e della morte del ricercatore italiano. Questa volta vengono esibite anche le prove. La polizia egiziana mostra una borsa di colore rosso, con il logo della Federazione Italiana Gioco Calcio, che sarebbe stata trovata durante le perquisizioni in casa dei familiari di uno degli uomini uccisi. Nella borsa ci sono vari oggetti, alcuni effettivamente appartenuti a Regeni: il passaporto, i tesserini di riconoscimento dell’Università di Cambridge e dell’Università Americana del Cairo, oltre alla carta di credito. Per il Cairo il caso è chiuso. Ma si tratta di un irreale tentativo di depistaggio. Le tante contraddizioni, supportate anche dalle dichiarazioni dei parenti degli uomini uccisi dalla polizia, costringono l’ufficio del procuratore del Cairo a una rapida marcia indietro smentendo che la banda criminale fosse coinvolta nell’omicidio.

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Il caso, dunque, è tutt’altro che chiuso. Anzi: c’è stato un evidente tentativo di depistaggio al quale polizia e servizi segreti non possono essere estranei. Ma anche in questo caso tutto viene messo a tacere senza che si indaghi o si cerchi di fare luce sui responsabili della messa in scena. Non c’è giustizia al Cairo. O meglio, una giustizia c’è: quella che fa comodo al suo presidente.

Tutti questi tentativi maldestri di nascondere la verità e proteggere gli assassini di Giulio non fanno che rafforzare nell’opinione pubblica mondiale la convinzione che si sia trattato di un delitto di Stato; che al Sisi e gli apparati più vicini al regime siano chiaramente consapevoli di chi siano i materiali responsabili delle torture e dell’omicidio e che ne condividano le responsabilità. Una verità raccontata dall’ex colonnello della polizia egiziana,
Omar Afifi, dal 2008 rifugiato negli Usa, che in una intervista a l’Espresso non ha esitato a indicare le responsabilità: «Il capo di gabinetto di Al Sisi, Abbas Kamel, che lo ha fatto trasferire per farlo interrogare dai servizi segreti militari; il generale Mohamed Faraj Shehat, direttore dei servizi segreti militari. Naturalmente il ministro degli Interni Magdy Abdel Ghaffar e il presidente Al Sisi erano al corrente già dal trasferimento. Sono anni che nessun cittadino straniero può essere interrogato senza che 
gli Interni lo sappiano. È il regolamento 
ed è sempre rispettato».

COSA DICE IL CORPO DI GIULIO

Le altre certezze su cosa sia accaduto tra il 25 gennaio, giorno del rapimento, e il 3 febbraio, quando il cadavere viene ritrovato, arrivano dall’esame del corpo di Regeni, una volta restituito all’Italia. Un corpo sul quale la madre di Giulio ha visto “tutto il male del mondo”. La perizia medico legale, svolta a Roma dal professor Vittorio Fineschi, conferma che Giulio è stato torturato “professionalmente” per cinque o sei giorni. Le orecchie sono state recise. Ci sono segni evidenti di bruciature e fratture in tutto il corpo. Tac e risonanze magnetiche hanno dimostrato come per tutti i giorni in cui Giulio è stato nelle mani dei suoi aguzzini nessuna lesione esterna o interna sia stata letale, fino alla violenta torsione del collo che ha provocato la frattura di una vertebra cervicale, causa ultima della morte. Anche questa viene definita una manovra da professionisti.

Sul corpo di Giulio è scritto un circostanziato, inoppugnabile, atto di accusa che nessun depistaggio, menzogna, ricostruzione di comodo potrà mai cancellare. Ma i reiterati tentativi di insabbiare il caso dimostrano anche un’altra verità: al Sisi e i suoi uomini più fedeli sanno esattamente cosa è successo e cercano di nasconderlo all’Italia e al mondo intero. L’ultimo tentativo di infangare la memoria di Giulio è arrivato il 29 aprile dal vicepresidente della Camera dei rappresentanti del Cairo: Soliman Wahdan ha insinuato che il ricercatore italiano potesse essere «una spia», spiegando che se ciò fosse dimostrato «si creerebbe un problema enorme tra l’Italia e l’Egitto». Un tentativo di ribaltare le responsabilità nei confronti dell’Italia. In Egitto operano molte importanti aziende italiane, i due paesi condividono interessi in campo economico e nella politica estera dello scacchiere Mediorientale.

PERCHE’ ELEAKS

La morte di Giulio Regeni è diventata un caso internazionale: ha squarciato il velo sul regime di al Sisi e sul modus operandi che i suoi uomini della sicurezza attuano nei confronti degli oppositori o di chiunque si trovi comunque davanti a un ufficiale di polizia. Adesso il mondo intero ha potuto vedere e toccare con mano come le sparizioni e le torture in Egitto siano sistemiche , come lo erano con i desaparecidos nell’Argentina del generale Videla tra il 1976 e l’81. Oltre 600 minorenni sono detenuti illegalmente nelle prigioni egiziane ; tra febbraio e marzo più di 250 persone sono state fermate per strada e non sono più tornate a casa. Un baratro di violenza e orrore che terrorizza il Paese.

ELeaks è stata creata nella speranza di contribuire a fare luce sulla morte di Giulio, ma anche sul baratro di orrore e violenza in cui è caduto il Paese. Oggi non si può più chiedere giustizia per il ricercatore italiano facendo finta di non vedere i mille Regeni senza nome, di cui non si parla . La piattaforma, che consente di inviare, in forma anonima e protetta, denunce, documenti, video e immagini, si avvale di un sistema di crittografia messo a punto con la collaborazione di Globaleaks. Seguendo le procedure, in italiano, inglese e arabo, le fonti avranno la sicurezza dell’anonimato. Neanche noi sapremo mai chi sono se non saranno loro a volere svelare la propria identità. Ovviamente, tutti i documenti e le segnalazioni che arriveranno attraverso la piattaforma saranno sottoposti a verifiche e controlli. Solo le informazioni verificate dalla redazione e sorrette da riscontri oggettivi verranno pubblicate da l’Espresso.

Davanti al Parlamento, il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni ha detto: “Se qualcuno immaginava che il trascorrere del tempo avrebbe un po’ diminuito l’attenzione dell’Italia e un po’ costretto tutti a rassegnarci a un ritorno alla normalità delle relazioni, per noi il ritorno alla normalità delle relazioni dipende da una collaborazione seria”. Ma possono esserci normalità e relazioni con un Paese che tortura i propri cittadini?
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Fonte: L’Espresso

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