Egitto: Sinai è il peggior buco nero di vite umane, l’orrore del traffico di organi

Egitto: Sinai è il peggior buco nero di vite umane, l’orrore del traffico di organi

Lo scorso 15 aprile Africanglobe.net ha riferito del ritrovamento su un tratto della costa orientale di Alessandria d’Egitto dei cadaveri mutilati di nove cittadini somali. Le immagini raccapriccianti sono state diffuse in un filmato apparso prima su Kalsan TV – un canale televisivo satellitare in lingua somala che ha sede a Londra – poi su Facebook e Youtube. I corpi straziati hanno tutti una cucitura sul petto eseguita in maniera poco professionale, oltre alla mancanza degli organi vitali. Tra i somali massacrati c’era una giovane madre, Adar Hassan Addawe, e i suoi tre figli, Abubakr Abdikarim, di soli 3 mesi, Anfa’ Abdikarim di 18 mesi e un altro figlio di sette anni. Il ritrovamento dei corpi sembra confermare la peggiore delle ipotesi, ovvero che le vittime non siano riuscite a dare altri soldi ai trafficanti di esseri umani e per questo vengono espiantati loro gli organi, da vivi, e poi lasciati morire.

Sono molti i disperati, provenienti soprattutto da Eritrea, Somalia ed Etiopia, che pagano migliaia di dollari per raggiungere Israele o la Libia per poi intraprendere la traversata verso l’Italia. Ma, una volta iniziato il viaggio, vengono venduti a bande criminali che li mantengono sequestrati in Egitto, nella penisola del Sinai. Altri ancora vengono direttamente rapiti nei campi di rifugiati in Sudan, come ha documentato l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati. Anche Amnesty International ha pubblicato un rapporto su numerosi sequestri ad opera dei membri della tribù Rashaida avvenuti nel 2011 -2013 nei campi profughi di Shagarab, nel Sudan orientale. E le tribù beduine del Sinai, in molti casi, non esitano a rivendere i migranti ad altre gang criminali, come fossero una merce qualsiasi. Gli ostaggi sono costretti a rivelare ai sequestratori i numeri di telefono dei parenti a cui verrà richiesto il riscatto. Per costringerli a pagare, i rapitori fanno ascoltare le torture dei familiari caduti nelle loro mani. Le somme per la loro liberazione variano dai 20.000 ai 40.000 dollari.

La Ong israeliana Hotline for Refugees and Migrants ha raccolto le testimonianze di sessanta profughi tenuti prigionieri nella penisola del Sinai. Durante il loro sequestro sono stati sottoposti a ogni genere di tortura: dalle scosse elettriche fino alle sigarette spente in faccia o alle ustioni con dei ferri incandescenti. “Ho pagato 2.500 dollari ad un contrabbandiere perché mi trasferisse in Israele”, ha raccontato un eritreo di venticinque anni. “Poi però sono stato venduto ad un altro trafficante chiamato Abu Moussa che mi ha chiesto altri 5.000 dollari per la mia liberazione”. “Mi hanno torturato –  prosegue – e sono rimasto legato con una catena per quattro mesi e mezzo fino a quando non sono arrivati i soldi del mio riscatto”. Una violenza che non risparmia nemmeno le donne – moltissime delle quali vittime di violenze sessuale –  e i bambini.

Eritrei, somali, etiopi e sudanesi, dunque, che durante il lungo viaggio verso nord sono rapiti e portati nel Sinai. E molti di loro, come è accaduto ai nove somali, se finiscono i soldi o la famiglia non ne invia di altri, vengono semplicemente uccisi e diventano “pezzi di ricambio”. Nel gennaio 2011 l’ong italiana EveryOne, denunciando il calvario di 250 profughi africani detenuti nel Sinai, rivelava che quattro di loro erano stati trasportati in una clinica clandestina “dove gli erano stati tolti i reni”. Solo chi paga il riscatto grazie ai parenti viene liberato al confine con Israele, dove tuttavia spesso vengono respinti o trasportati nei centri di detenzione.

La conferma che nella penisola del Sinai agiscano vere e proprie bande criminali con ramificazioni internazionali che si dedicano non solo al traffico di esseri umani, ma anche a quello dei loro organi è venuta alla luce grazie alla testimonianza del primo scafista pentito in Italia, Nuderdin Atta Wheabrebi. Questo eritreo di trentadue anni è stato arrestato nel 2014 perché sospettato di essere uno dei boss delle bande di trafficanti di esseri umani che dal Nord Africa trasportano i migranti verso l’Europa. Nel 2015 è diventato collaboratore di giustizia e ha rivelato agli inquirenti palermitani: “Talvolta i migranti non hanno i soldi per pagare il viaggio effettuato via terra né a chi rivolgersi per pagare il viaggio in mare, e allora queste persone vengono consegnate a degli egiziani che li uccidono per prelevarne gli organi e rivenderli in Egitto per una somma di circa 15.000 dollari. In particolare, questi egiziani vengono attrezzati per espiantare l’organo e trasportarlo in borse termiche”. La collaborazione di Nuderdin Atta Wheabrebi con le forze dell’ordine ha portato all’arresto in Italia il 4 luglio scorso di trentotto persone – 25 eritrei, 12 etiopi e un italiano – e al sequestro di oltre mezzo milione di euro frutto delle attività della rete di trafficanti.

Hamdy Al-Azazy, responsabile della Fondazione New Generation for Human Right che opera nel Sinai, in un servizio della Cnn ha mostrato diverse foto di cadaveri con orribili cicatrici sul petto. Le immagini erano state scattate in un obitorio nella città portuale egiziana di El Arish. Al-Azazy ha rivelato che gli organi erano stati estratti dai rifugiati mentre erano ancora in vita. “Gli organi non sono utili se il corpo non è più in vita”, ha dichiarato. L’operazione di espianto degli organi viene realizzata da medici egiziani corrotti che lavorano per l’organizzazione criminale. “I medici – ha rivelato Al-Azazy alla Cnn – arrivano dal Cairo con delle unità ospedaliere mobili per eseguire le operazioni per rimuovere soprattutto cornee, fegato e reni”. “Una volta estratti gli organi, li lasciano morire e gettano i loro corpi nel deserto”, ha concluso.
Fonte: fanpage

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